Una storia vera
Capolavori d'amore
Un cerchio con occhi e bocca, un corpo che sembra una farfalla, quattro linee: due braccia, due gambe. Solo questo. Eppure quel disegno ha attraversato l'oceano due volte.
Mio figlio Thomas ha cinque anni e mezzo, e da quando ricordo ha sempre disegnato. A due anni sapeva già fare le facce: triste, felice, con i capelli. Poco a poco è arrivato il corpo, le mani, i piedi. Disegnare era il suo modo di dire quello che ancora non riusciva a mettere in parole.
Noi vivevamo in Italia. Mio padre, Tomás, viveva in Colombia. Thomas era il suo unico nipote, e tra loro esisteva quella connessione speciale che a volte non ha bisogno della presenza fisica per essere reale. Ci sentivamo spesso in videochiamata, mio padre lo guardava crescere dallo schermo, e Thomas sapeva che quell'uomo che appariva nel telefono lo amava con tutto sé stesso.
Prima che sapessimo qualcosa, prima che arrivasse qualsiasi notizia difficile, Thomas aveva già fatto il ritratto di suo nonno. Un disegno normale, di un bambino normale, un giorno qualunque. Solo perché disegnava. Solo perché voleva.
Poi arrivò la diagnosi: glioblastoma in stadio 4. Un tumore al cervello. Tra i più aggressivi.
Partii per la Colombia da sola. Non potevo portare Thomas, ma portai alcuni dei suoi disegni. Uno di quelli era quel ritratto: quel cerchio, quegli occhi, quella farfalla di corpo. Mio padre lo ricevette con tanto amore che subito lo attaccò alla parete della sua stanza con un pezzetto di scotch. Solo uno. Il disegno cadeva spesso, e lui, ogni volta che lo vedeva per terra, faceva segni perché qualcuno lo riattaccasse. Non importava quante volte cadesse. Voleva tenerlo lì.
Mesi dopo tornai, questa volta con Thomas. I medici ci avevano detto che il tempo stava finendo, e io volevo che si conoscessero, che mio padre potesse vedere con i suoi occhi il bambino che aveva fatto quel ritratto. Volevo presentargli l’artista.
Il tumore era nel lato sinistro del cervello. Con il tempo, mio padre perse la parola, poi il movimento di metà del corpo, poi la capacità di capire molte cose. Ma il disegno era ancora sulla parete. E lui continuava a guardarlo.
Dieci mesi dopo quella diagnosi, mio padre se ne andò.
 
 
Il giorno in cui tornai, portai i disegni con me. Ora sono nella stanza di Thomas, attaccati alla parete. E quando mio figlio mi chiede perché quel disegno è così speciale, gli racconto la storia: che lui, a due anni e mezzo, senza sapere quello che stava facendo, aveva regalato a suo nonno qualcosa che lo aveva accompagnato fino alla fine. Che quel scarabocchio era amore puro, fatto con i pastelli.
Thomas mi ascolta con gli occhi spalancati. E mi dice che è orgoglioso.
Quel disegno non è più solo un disegno. È l’unico posto dove il nonno Tomás e il nipote Thomas si sono incontrati davvero, in mezzo a una malattia che non gli ha dato il tempo che meritavano. È memoria. È identità. È la prova che a volte i bambini, senza saperlo, creano cose eterne.
Di Yeimy — Gocce nel Tempo Fotografia